Due poete a confronto: intervista di Adrienne Rich a Audre Lorde #3

Ascolta il Minipimer – la maxi trasmissione in cui leggiamo la terza parte dell’intervista di Adrienne Rich ad Audrie Lorde. Traduzione a cura di Flavia [dura 40′]
Qui la prima parte e qui la seconda parte dell’intervista.
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Intervista di Adrienne Rich a Audre Lorde (30 agosto 1979) – terza parte:

 

Adrienne: Hai tenuto un corso sul razzismo al Lehmann? A studenti bianchi?
Audre: Il Ministero della Pubblica Istruzione aveva avviato un programma per ragazzi bianchi che andavano ad insegnare nelle scuole della città di New York. Lehmann era una facoltà con il 99% di studenti bianchi, che a loro volta avrebbero insegnato ai bambini di colore della città. Il corso si chiamava “razza e situazione urbana”. I miei alunni si domandavano: “ma che stiamo facendo? Perchè i nostri studenti ci odiano?”. Mi sembrava incredibile che non comprendessero i livelli più elementari delle interazioni. Io spiegavo loro: “quando un bambino bianco dice 2 + 2 = 4, rispondi ‘è così’. Se un bambino nero della stessa classe si alza e dice 2 + 2 = 4, gli dai una pacca sulla spalla e gli dici ’hey, ma è fantastico’. Che messaggio stai trasmettendo realmente? Cosa succede mentre cammini sulla tua strada di insegnante? E mentre entri in classe? Andiamo a vederlo praticamente”. Quindi fuoriusciva tutta la paura e l’odio di quei giovani studenti bianchi; fino ad allora nessuno li aveva messi di fronte a questi sentimenti.

 

Adrienne: Erano per lo più donne, giusto? Del Dipartimento della Pubblica Istruzione?
Audre: Si, erano quasi tutte donne e si sentivano dei capri espiatori. Alla fine del secondo semestre ho iniziato a pensare che sarebbe stato meglio se quel corso lo avesse dato una persona bianca. Per me aveva un costo emotivo elevatissimo. Nella mia classe non c’erano più di un paio di studenti neri. Uno di loro smise di frequentare il corso sostenendo che non gli sarebbe servito a nulla, pensai, “Ma come no?” Il razzismo è una distorsione che non colpisce solo i bianchi.
Che dire di noi? Che dire delle conseguenze del razzismo bianco sul modo in cui le persone di colore si vedono l’un l’altro? E il razzismo Interiorizzato? Che dire degli insegnanti neri che danno lezione nelle scuole dei ghetti?
Mi sono resa conto che un insegnante di colore che va a lavorare in una scuola di New York City, dopo aver ricevuto una formazione razzista e sessista, si pone problemi diversi ma altrettanto gravi.

 

Adrienne: Intendi in termini di aspettative?
Audre: Non solo in termini di aspettative, ma di immagine di sé, in termini di confusione sulla lealtà. In termini di identificazione con l’oppressore. “Chi è che comincia ad occuparsi di questo?” Pensavo. “Cosa fai tu in proposito?” Questo era ciò in cui volevo impiegare le mie energie. Era il 1969 e mi chiedevo: che ruolo gioco in tutto questo? In classe c’erano due donne di colore, e cercai di parlare con loro di noi, delle donne nere e della necessità di unirci. Le organizzazioni di colore stavano accelerando i preparativi per le mobilitazioni primaverili. Quelle donne mi dissero: “Sei pazza. I nostri uomini hanno bisogno di noi”. Un rifiuto assoluto. “No, non possiamo unirci alle donne. Siamo nere. Ma io dovevo continuare a provare a districare i fili, perché sapevo che se avessi smesso di farlo quel groviglio di merda mi avrebbe inghiottito. La mia unica speranza era quella di lavorarci e districare quella matassa. Il mio rapporto d’amore con Frances, Ed, i bambini, le lezioni agli studenti neri, le donne. Era il 1969 quando ci fu l’occupazione Nera al City CoIIege. Gli studenti neri scesero in strada per fare barricate. Yolanda e io andavamo a portargli minestra e coperte, e vedevamo come fottevano le donne nere sopra i tavoli e sotto le scrivanie. Cercavamo di rivolgerci ad esse da donna a donna, ma l’unica cosa che dicevano era: “Questa è una rivoluzione, vediamo se vi rendete conto”. Vedere come usavano le donne Nere e come abusavano di esse risultava doloroso. Cominciavo a capire. Mi son detta: “Voglio tornare ad impartire lezioni a studenti Neri”. Andai al John Jay College e presentai al decano la proposta di un corso di lezioni sul razzismo e la situazione urbana. Egli mi disse: “Avanti. Faccia questo corso”. Preparai due corsi, questo ed un altro che presentai al Dipartimento di Inglese, consisteva nell’avvicinarsi alla scrittura come terapia attraverso la scrittura creativa. Fu una grande sfida.

 

Adrienne: Il John Jay era una facoltà frequentata principalmente da poliziotti, non è così?
Audre: Era stata una scuola per polizia, io però cominciai ad insegnare nel 1970, dopo che liberalizzarono le iscrizioni e il John Jay diventò una facoltà aperta in cui anche i poliziotti frequentavano. Nei dipartimenti di Inglese e di storia non c’era neanche un professore nero. La maggior parte dei nuovi iscritti erano neri e portoricani. Il mio atteggiamento era tutt’altro che aggressivo.

 

Adrienne: Ho visto come ti comportavi al John Jay e non era esattamente così, anche se fu poco dopo.
Audre: Non dimentichiamoci che ero una donna nera. Il punto è che feci partire quel corso e riuscì molto bene. Si iscrissero molti studenti. Molti poliziotti neri e bianchi. Le loro pistole mi terrorizzavano.

 

Adrienne: Portavano la pistola?
Audre: Sí. E dal momento che si liberalizzarono le iscrizioni e john Jay aprì le sue porte a tutti i diplomati della scuola superiore, avevamo poliziotti e ragazzi di quartiere nella stessa classe. Nel 1970 si stavano assassinando le Pantere Nere di Chicago e, nonostante questo, nelle nostre lezioni si mischiavano poliziotti neri e bianchi, ragazzi neri e bianchi del quartiere. La maggior parte delle donne erano giovani nere che sapevano ciò che volevano ma che fino ad allora non avevano avuto l’opportunità di assistere alle lezioni universitarie. Alcune venivano dal programma SEEK, ma non tutte, ed era la prima volta che si presentava un’occasione del genere.
Molte avevano già un’età. Si erano indurite parecchio in strada ma avevano lavorato poco sulla loro condizione di donne Nere, avevano lavorato solo in relazione o contro i bianchi. Il nemico era sempre esterno. Ho insegnato in questo corso come in tutti gli altri, cioè imparavo facendo, ponevo quesiti difficili e non sapevo cosa ne sarebbe uscito. Magari avessi registrato alcuni di quei momenti. Come ad esempio quando un poliziotto bianco affermò: “Chiaro, ma tutti hanno bisogno di qualcuno da disprezzare. O no?”. Con il tempo imparai come parlare. Non erano parole concise né raffinate ma i miei alunni coglievano buona parte del messaggio; a partire da quello dovevano poi metterci del loro. Compresi anche che in un solo anno scolastico non potevo avere troppe aspettative.
Magari alcune persone sanno trasmettere grandi quantità di informazioni, ma non è questo ciò che io volevo. Il processo di apprendimento si può solo sollecitare, così come si può sollecitare alla ribellione. Poi, se si è fortunati, si compie il proprio destino, altrimenti si va avanti. In quel periodo il John Jay aveva scatenato una battaglia attorno al Dipartimento di studi del popolo Nero. Ebbi ancora una volta l’opportunità di vedere come si usava e si abusava delle donne Nere, e come l’Università trattava con smisurato cinismo il dipartimento di studi nero.
Un anno dopo tornai nel Dipartimento di inglese. Mi ero fatta un po’ di nemici. Uno dei metodi preferiti per screditarmi agli occhi degli studenti era di dire loro che ero lesbica. In quel periodo già mi consideravo una lesbica dichiarata, ma al John Jay non avevo mai parlato né delle mie poesie né tantomeno della mia sessualità. Sapevo, e lo sapevo da sempre, che l’unico modo per evitare che la gente ti attacchi per essere ciò che sei consiste nell’aprirti ad essi ed essere sincera ed onesta, e parlare di te stessa prima che lo facciano loro per te. Non era questione di coraggio. Parlare chiaro per me era un modo per proteggermi; così come lo fu pubblicare “Love Poem” nella rivista Ms. nel 1971 e portarlo alla John Jay per appenderlo nella parete del Dipartimento di Inglese.

 

Adrienne: Ricordo che ti sentii recitare “Love Poem” nell’Upper West Side, un bar della 72esima strada. Fu la prima volta che ti sentii recitarlo. Credo che fu in quel periodo, all’inizio degli anni settanta. Lo leggesti. Fu incredibile. Un gesto di sfida. Grandioso.
Audre: Mi sentivo così, incastrata, perchè anche ora la situazione continua ad essere pessima, come allora. L’idea che nella comunità Nera esista il lesbismo dichiarato era semplicemente spaventosa; siamo andate avanti moltissimo in poco tempo. Il mio editore mi chiamò e mi disse letteralmente che non riusciva a capire il testo di “Love Poem”. Mi disse: “E questo cos’è? Devo supporre che sei un uomo?” E lui era un poeta! Gli risposi: “No, sono una donna che ama”.

 

Adrienne: Non venirmi a dire che il tuo editore non aveva mai sentito parlare di lesbiche.
Audre: Certo, ma l’idea che io avessi scritto una poesia…

 

Adrienne: …che una delle sue poete fosse stile Broadside…
Audre: Esatto. Ed era un uomo sensibile. Era un poeta.

 

Adrienne: E pubblicò la tua opera.
Audre: Si, la pubblicò ma all’inizio non pubblicò quella poesia. “Love Poem” doveva essere una parte di “From a Land Where Other People Live”

 

Adrienne: E non lo pubblicarono in questo libro? Lo ritirasti?
Audre: Si. Però quando mi sentiste leggere “Love Poem”, io avevo già deciso di non preoccuparmi più di chi sapeva o non voleva sapere che io avevo sempre amato le donne. Ci fu sempre qualcosa da cui presi forza, e non si può chiamare valore o coraggio voglio dire che dato che sono vulnerabile in moltissimi aspetti e non posso smettere di esserlo, quanto meno non vado ad aumentare la mia vulnerabilità mettendo nelle mani dei miei nemici l’arma del silenzio. Nella comunità Nera non è facile essere una lesbica dichiarata, però rimanere nascosta nell’armadio è ancora peggio.
Quando un gruppo condivide un’oppressione comune, sviluppa particolari abilità e modi di difesa congiunti e, se una sopravvive, è perchè quelle abilità e meccanismi di difesa hanno funzionato.
Però nell’entrare in conflitto con altre differenze, emerge una vulnerabilità molto più profonda e critica tra i membri dello stesso gruppo. Questo è ciò che succede alle donne e agli uomini Neri, perchè possediamo alcune armi che abbiamo perfezionato tra tutti e che le donne e gli uomini bianchi non condividono con noi.
Al raccontare quest’idea ad una donna, lei giustamente rispose che nella comunità ebraica succede lo stesso, tra donne e uomini ebrei. Io credo che la loro oppressione sia diversa, ma il meccanismo della vulnerabilità lo stesso. Quando si condivide la stessa oppressione, si arrivano a possedere degli strumenti o armi forgiate in segreto contro il nemico comune ma possono essere usate contro il tuo stesso gruppo. IO non mi sono ancora liberata da questa paura, e lo tengo sempre presente quando tratto con altre donne nere: è la paura nei confronti della ex compagna di lotta.

 

Adrienne: Ne “la poesia non è un lusso” scrivevi: “I padri bianchi ci dissero: . La madre Nera che tutte abbiamo dentro, la poeta, ci sussurra nei nostri sogni: ”. Ho sentito commenti che con ciò ti riferivi unicamente ai vecchi stereotipi dell’uomo bianco razionale e della donna scura emotiva. Io credo che stavi dicendo qualcosa di diverso. Potresti parlare un po’ di questo?
Audre: Ho sentito l’accusa secondo cui io stia rafforzando gli stereotipi, che sto affermando che intelligenza e razionalità appartengano all’uomo bianco. Il discorso è che quando si viaggia su una strada che non inizia né finisce da nessuna parte, cosa importa a chi appartiene quella strada? Se il cammino non porta da nessuna parte né conduce in alcun luogo in termini geografici, se manca di un obbiettivo, l’esistenza di quel cammino perde ogni senso. Attribuire la razionalità all’uomo bianco è come dargli un pezzo di questa strada senza capo ne coda (inizio e fine). Quando parlo della madre Nera che abbiamo dentro, della poeta, non mi riferisco alle madri Nere che abbiamo dentro e chiamiamo poete, mi riferisco alla madre Nera…

 

Adrienne: Chi è la poeta?
Audre: La madre Nera è la poeta che vive in ognuno di noi. Quando i pensatori maschi o patriarcali (sia uomini che donne) rifiutano questa combinazione, ciò che fanno è troncarci. Non che la razionalità non sia necessaria. Sta solo al servizio del caos della conoscenza. Al servizio del sentimento. Serve per andare da un posto all’altro. Ma se non si da valore a questi posti, il cammino non serve a niente. E questo è ciò che spesso succede con il culto della razionalità e con il pensiero analitico, accademico, circolare. Anche se, in ultima analisi, io non considero una dicotomia il pensiero e il sentimento. Li considero come una scelta di mezzi e modi (combinazioni)

 

Adrienne: Un tipo di scelta che dobbiamo rinnovare costantemente. Non si fa una volta per tutte. Va rinnovata ogni momento, ancora e ancora, a seconda di dove ci troviamo.
Audre: Io credo che ci hanno insegnato a pensare e codificare le informazioni in un certo modo ormai vecchio, e ci hanno anche insegnato ad apprendere e comprendere allo stesso modo. Gli unici modi possibili che non si sono mai sviluppati si possono trovare in un posto nascosto dove vivono i nostri istinti selvaggi e senza nome, dove esiste qualcosa di diverso. Qualcosa che sta oltre a ciò che oggi definiamo possibile, e verso dove la nostra comprensione di può fare strada. Però ci hanno insegnato a rinnegare queste fertili parti del nostro essere. Personalmente credo che la madre Nera sia più presente nelle donne; tuttavia rappresenta una parte umana di cui gli uomini non sono esenti. Ma gli uomini hanno preso una posizione contro questa parte di se stessi, e questa è la posizione che nel tempo hanno assunto tutti. Io credo che stiamo evolvendo. Adrienne, è quello che ti ho detto prima. Evolvendo come specie…

 

Adrienne: Le donne stanno evolvendo.
Audre: La specie umana sta evolvendo attraverso le donne. Non è un caso che il numero di donne aumenti sempre; suona strano vero? Nascono sempre più donne, sopravvivono più donne… e, se non vogliamo ripetere gli stessi errori di sempre, dobbiamo prendere sul serio la promessa di un potere nuovo. Se non impariamo la lezione della madre Nera che abbiamo dentro, anche se non siamo Neri… Credo che esista questo potere anche negli uomini, ma hanno scelto di rinnegarlo, di non trattare con esso; decisione che hanno il diritto di fare. e c’è da sperare che si possa influire in tale decisione (magari si potesse influenzare tale scelta). Chi lo sa?
Non credo che il passo dal punto in cui “si risolvono i problemi” al punto in cui “si sperimenta la vita” sia un cambiamento che avverrà in una sola generazione, né una volta per tutte. Il cambiamento è un nuovo orientamento che cerchiamo di mettere in moto e che cerchiamo di influenzare. Non sto dicendo che le donne non pensano né analizzano. Tantomeno che i bianchi non sentono. Ciò che dico è che non dobbiamo MAI chiudere gli occhi davanti al terrore, davanti al caos che è Nero, che è creativo, che è femminile, che è oscuro, che è rifiutato, che è confuso, che è….

 

Adrienne: Sinistro…
Audre: Sinistro, molesto, erotico, indefinito, fastidioso..

 

Adrienne: Penso che dobbiamo rivendicare e utilizzare un vocabolario che è stato usato in maniera negativa e dispregiativa. E suppongo sia quello che affermi nei tuoi scritti. Ciò che affermi più e più volte nella tua poesia. E non è semplicistico come dire: “Nero è bello”.
Audre: Una macchina nera non ha nulla di bello. Sai cosa Adrienne? Quando ero all’istituto, il direttore della rivista che pubblicammo lì mi disse, per sdrammatizzare il fatto che mi aveva rifiutato una poesia: “D’altronde, Audre, a te non interessa essere una poeta sensuale”

 

Adrienne: A me hanno detto che la mia poesia non doveva essere arrabbiata, non doveva essere personale.
Audre: Quando pubblicai “Usi dell’erotico”, varie lettrici mi dissero che era un approccio antifemminista, che utilizzare l’erotico come punto di riferimento è…

 

Adrienne: Antifemminista?
Audre: È ridurci ancora una volta all’invisibilità e all’immobilità. Che con le mie parole ci collocavo di nuovo in quell’area di intuizione totale e aliena dalla comprensione.

 

(Continua)

 

Fonte: Sister Outsider – Essays and Speeches. The Crossing Press Feminist Series. Trumansburg, NY: The Crossing Press, 1984. La hermana, la extranjera – Artículos y conferencias, 2003 – horas y HORAS la editorial – Colleccion “La cosecha de nuestras madres”
Traduzione a cura di Flavia Magnifici (ottobre 2013)

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